testo di Giorgio Conti - Gio Urbinati

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testo di Giorgio Conti

Opere > Nafta
 

LA TERRA E’ TONDA COME UN PIATTO, MA NON E’ PIATTA
di Giorgio Conti

Immagini Vs Visioni: genealogia di un progetto

Come nasce il progetto “Nafta”? Da un incontro-scontro dialettico sul valore dell’arte avuto con Gio Urbinati nell’estate 2010.
Conosco Gio fin dall’infanzia, ho seguito tutte le tappe della sua carriera artistica e della sua poetica, sono un suo collezionista da sempre…perché allora uno scontro?
Dopo molto tempo ci eravamo re-incontrati in occasione di un evento organizzato dal Museo degli Sguardi di Rimini, un museo etnografico delle culture extraeuropee. In quella sede Gio aveva definito Andy Warhol: il più grande artista della seconda metà del ‘900. Immediata era stata la mia replica, giacché a Warhol ho sempre preferito Joseph Beuys, non una passione dettata dal gusto personale, ma riferita a una diversa concezione del rapporto Arte – Società.  Warhol ha dato immagine, come in uno specchio, alla società statunitense del consumismo e del divismo (gli anni del boom dell’american dream), mentre Beuys ci ha donato nuove visioni del mondo, nuove strategie esistenziali ed ecologiche, nel senso heideggeriano di avere cura del proprio Oikos. L’artista “made in USA” ha “mostrato” la civiltà capitalistica del XX secolo, mentre il profeta-sciamano tedesco ha creato visioni e possibili scenari per il XXI secolo, dando alle criticità dell’attuale modello di sviluppo globale una prospettiva orientata alla sostenibilità integrata: ambientale, economica, socio-culturale e soprattutto etica.
Gio ribadiva che il più importante dei pop artisti era stato il vero rappresentante dell’arte popolare, un’arte comprensibile dal popolo. Tutti conoscono le immagini di Warhol, pochi sanno chi sia Beuys e la maggior parte dei visitatori delle grandi mostre non hanno mai visto le sue opere, perché non hanno mai avuto una divulgazione di massa. Quella del maestro di Dusseldorf era per Gio una poetica troppo difficile, troppo criptica. Io ribadivo che “l’esoterismo” era nato dalla decisione di uscire dal sistema dell’arte, egemonizzato dall’arte per l’arte (che rischia, anche oggi, di trasformarsi in semplici apparati decorativi) per affrontare il tema dell’arte per la vita, un’arte antropologica! Senza rinunciare alla capacità dell’arte di darci sentimenti duraturi ed estetici riferiti al nostro essere parte di Gaia (la terra intesa come sistema vivente) e di un’unica comunità di esseri umani a prescindere dalle etnie, dai condizionamenti economici e ideologici, soprattutto religiosi.
Nel periodo durante il quale si svolgeva questa discussione con Gio, la cronaca era egemonizzata dal disastro ambientale relativo al collasso e all’incendio prodotti dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Una fuoriuscita di greggio colossale stimata tra le 500.000 e 1.200.000 tonnellate, in una piattaforma offshore di proprietà della multinazionale BP, che da tempo aveva promosso una campagna mediatica basata sullo slogan: BP= Beyond Petrol.
Lo scontro-confronto sul valore dell’arte nella - e per - la società, si è trasformato in una sfida che ho lanciato a Gio: perché non realizzare una serie di piatti di ceramica dedicati a questa mostruosità non solo ambientale, ma economica e socio-culturale, che ha compromesso per decenni vasti territori non solo costieri? Per me quella catastrofe rappresentava la metafora di un collasso più emblematico: quello della civiltà della globalizzazione basata sul petrolio.
Con mia sorpresa, Gio mi disse di andarlo a trovare in studio, manifestando una grande disponibilità sia al dialogo, sia nel mettersi alla prova in una nuova avventura artistica.

I piatti come metafora

Omologazione della civiltà del petrolio Vs biodiversità degli ecosistemi.

L’incontro all’inizio non è stato facile. Si dovevano temperare – confrontare l’approccio dell’arte e quello della scienza in un unico progetto artistico-comunicativo.
Perché il piatto di ceramica? Il piatto è tondo e rappresenta la circolarità dei processi naturali, delle dinamiche ecosistemiche, la chiusura dei cicli geo-bio-chimici, la ciclicità delle stagioni.
La finalità era “di-mostrare” l’invadenza della civiltà del petrolio nella nostra vita, essendo indirettamente e soprattutto direttamente la risorsa base, per mezzo della quale si ottiene la creazione della maggior parte di prodotti d’uso quotidiano e rappresenta il fondamento del modello di sviluppo occidentale, poi imitato dai Paesi emergenti, ma che condiziona anche quello dei Paesi in Via di Sviluppo. Al predominio e all’incessante dilagare della petrol-chimica si voleva contrapporre lo “stato stazionario” dei biomi: i più importanti ecosistemi naturali, presenti sul pianeta, definiti in base alla vegetazione in essi predominante.
Anche se in mostra i biomi presentati sono sei, il progetto iniziale ne contemplava dodici, un numero che aveva un valore simbolico: l’omologazione della civiltà del greggio ha sostituito la biodiversità degli ecosistemi naturali. La “seconda natura” imposta dal paradigma fossile si contrappone al “secondo natura” degli ambienti naturali e dei cicli stagionali della civiltà contadina. Dodici sono i mesi dell’anno, scanditi dalle quattro stagioni. Il petrolio costituisce uno dei principali fondamenti di un processo di sviluppo lineare basato sul PIL, con una contraddizione intrinseca: come possiamo sperare-puntare a una crescita illimitata se le risorse (non solo gli idrocarburi) naturali sono limitate e sempre più scarse? Per dirla con H. Daly è l’economia che deve essere considerata un sottosistema dell’ambiente e non viceversa.
In base a queste considerazioni l’invasione degli oggetti prodotti dalla civiltà del petrolio doveva rompere i bordi circolari del piatto facendoli diventare in parte “informi”. Gli oggetti del consumismo galleggiano metaforicamente nel mare di greggio che con sempre maggior frequenza inquina la nostra terra e i nostri mari.
Gli oggetti sono stati selezionati per temi-simbolo del nostro tempo e nello stesso piatto entrano in contrasto valoriale con le immagini del bioma che stanno inquinando.
1. Il piatto con i prodotti del mangiare invade il prato - pascolo che, a causa della Rivoluzione Verde, è stato trasformato in agroindustria, con pesticidi e fertilizzanti prodotti dall’industria petrol-chimica.
2. Il piatto con i giochi dell’infanzia si confronta con il deserto Nord-americano apparentemente “vuoto”, ma pieno di insidie come quelle prodotte dai giocattoli tossici e pericolosi.
3. Il piatto con le fotografie, le immagini della società contemporanea dell’apparire e delle atrocità delle guerre, si contrappone al sottobosco, alle vite invisibili degli organismi viventi macro e micro che fertilizzano il nostro suolo.
4. Il piatto riferito alla salute con le scarpe da jogging e le fiale anti-aging che calpestano la prateria americana, soprattutto quella texana, dove si è originata la cultura del petrolio e del consumo di massa della carne che comportano una pesante impronta ecologica (ecological footprint), negativa  per tutta l’umanità.
5. Il piatto “sessuale” che mette in mostra la sensualità femminile trasmutata in “trucchi” per il corpo, cosmetici e lingerie, si impatta con il mare: che fine ha fatto il mito e il fascino “naturale” di Afrodite?
6. Il piatto con le carte di credito costituisce l’emblema della globalizzazione del denaro e dell’alta finanza che annientano le foreste pluviali realizzando i progetti delle multinazionali, con la conseguente distruzione non resiliente dei più importanti ecosistemi naturali, fondamentali per gli equilibri dinamici e vitali di Gaia.
In mostra sono esposti altri due piatti che non attengono alla contrapposizione con i biomi.
Il primo, a guisa di prologo, segnala come la cultura e il culto del dio petrolio stiano distruggendo i grandi regni naturali; quello minerale, quello vegetale e quello animale, questi ultimi due ormai al limite della sopravvivenza dei cicli vitali.
Il secondo vede l’invasione totale della superficie del piatto da parte del greggio e degli oggetti prodotti con/e dall’oro nero. Una profezia o un allarme estremo sulla totale dipendenza dell’umanità dal modello di sviluppo fossile?   

NAFTA: un titolo poliverso

Se ne analizziamo l’etimologia il termine nafta deriva da nafata, neft o naft che in lingua persiana significa “olio in ebollizione”, e ben esprime  la condizione del greggio allo stato di natura.
Ma oggi la questione del petrolio, come base del nostro modello di sviluppo appare sempre più una strategia destinata a finire (non è una risorsa rinnovabile) e a fallire (la tensione tra domanda e offerta crea guerre e crisi internazionali, economiche e sociali). NAFTA è anche l’acronimo del trattato: North American Free Trade Agreement, basato sul libero scambio commerciale, stipulato nel 1992, tra USA, Messico e Canada, che ha costituito uno strumento strategico per implementare processi di globalizzazione tra paesi asimmetrici (il povero Messico e l’affluente società nordamericana), per qualità e quantità dello sviluppo. Ha prodotto tensioni-immigrazioni selvagge ai confini tra Messico e USA, violenze (perpetrate soprattutto sulle donne lavoratrici, veri e propri: “femminicidi”), traffici illegali (in particolare di droga) e la crisi strutturale della civiltà rurale millenaria messicana. Il Congresso degli Stati Uniti ha analizzato diversi progetti per risolvere il problema della sicurezza dei confini, anche quello della costruzione di un muro di 400-700 miglia (640-1200 Km). Un nuovo muro di Berlino?

Mentre assieme si discuteva sul significato e l’impostazione da dare ai piatti della mostra NAFTA, Gio mi mostrava altri piatti che aveva creato in precedenza, in essi con maestria aveva ri-prodotti cibi e pietanze della tradizione romagnola. Come sostiene J.Rubin nel volume: “Che fine ha fatto il petrolio”, la conclusione dell’era del petrolio ci costringerà a cambiare i nostri stili di vita: dalla civiltà globale e globalizzante di oggi dovremo ritornare a una dimensione locale, non omologante e più bio-regionale.

Penso che i prossimi piatti che proporrò a Gio di creare saranno basati proprio su questo tema strategico per l’avvenire dell’umanità: il recupero dei valori della civiltà  contadina, un “futuro retrospettivo”, basato sulla rete di relazioni comunitarie e conviviali che saranno a fondamento di un innovativo sviluppo bioregionale.

Grazie Gio per la pazienza che hai avuto nel sopportare le mie litanie laiche…
Buon vento nel mare grande dell’arte per la vita… senza greggio in superficie!


Giorgio Conti        ottobre 2011




 
 
 
 
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