testo di Alessandro Giovanardi - Gio Urbinati

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testo di Alessandro Giovanardi

Opere > Nafta
 

A volte il frammento prende il sopravvento sul tutto: i moderni innamorati della Grecia arcaica o classica a forza di collezionare pezzetti di liriche e poemi, finiscono essi stessi per scrivere versi frantumati o per prediligere, se filosofi, la raccolta di aforismi al trattato. Il frammento, da preziosa, evocativa reliquia del tempo che fu, testimonianza lacerata e arcana, diventa un nuovo conio di stile e pensiero, una forma innovativa con cui indagare il mondo in maniera asistematica, libera, polisemica. Raccogliere i frammenti del proprio passato, fare archeologia di sé, è, invece, un’idea che ha molti secoli alle spalle: le liriche che compongono il “Canzoniere” di Petrarca sono i “rerum vulgarium fragmenta”, una finzione letteraria utile a costruire un intimissimo romanzo d’amore e redenzione in versi e a selezionare una lingua perfetta e atemporale. Chiaramente anti-petrarchesco e privo di qualsiasi infingimento narrativo è quest’ultimo lavoro di Giovanni Urbinati che ha custodito negli anni frantumi e scarti di lavori compiuti per giardini e palazzi e ne ha fatto tesoro. Non è mai riuscito a gettarli via, a chiudere con le storie di cui erano un paragrafo cancellato, un sentiero interrotto. Innamorato dell’implicita metonimia di quei relitti, capaci di evocare il tutto nella minima parte, Urbinati ha ideato l’ipotesi di un mosaico impuro, senza un disegno precostituito, a costituire una lingua magmatica di segni e tracce, un rimescolio di suoni e timbri, di voci e racconti. È di Luciano Parinetto la felice, forse non filologica traduzione di un frammento del filosofo Eraclito, tratto dal non più ritrovato poema “Sulla natura”: «da cose a caso sparse l’armonia bellissima del cosmo»; il frantume di un racconto che narra l’equilibrio del mondo per frantumi. Il discorso di Urbinati non è però dadaista, non sopporta la nozione del caso: l’ordine c’è ma non è quello prestabilito a cui devono piegarsi le grandi tessere della sua collezione. Sono le sillabe invetriate delle singole tavolette ceramiche a suggerirgli il senso dell’insieme, il progetto di un concerto di colori e d’immagini, una sinfonia paradossale di rapsodie, una polifonia di voci spezzate che si ricompongono in un altro canto. Tornano perciò i “fragmenta” nel cerchio dell’invenzione artistica, fanno nuovamente parte del ciclo della significazione estetica. E il portato simbolico del lavoro è quello dei linguaggi primordiali, degli elementi fondanti l’universo – il fuoco, la terra, l’aria, l’acqua –della linea retta e della curva, della terra e del solco, dell’oro alchemico e del cretto agreste, della sabbia e delle fibre del legno, delle campiture uniformi e dei segni pre-alfabetici. Un sillabario che è un’intera cosmogonia e insieme un racconto di sé; una teogonia originaria e contemporaneamente la confessione di un ceramista e dei suoi miti mediterranei – antichi dèi marittimi e contadini –  un’offerta del suo primo lessico basilare, delle sue prove di laboratorio, dei suoi accordi orchestrali. Il mosaico dei ricordi, la raccolta dei relitti finisce col compiere sempre l’involontario autoritratto borgesiano, l’autobiografia ricucita che è l’unica possibile.
Alessandro Giovanardi         


 
 
 
 
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