il giardino pietrificato scritti - Gio Urbinati

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Come ho conosciuto Tonino Guerra

di Giovanni Urbinati

Una mattina nel giugno ’89, otto di mattina. Il telefono squilla. La voce all’altro capo si presenta: ‘Pronto, sono Tonino’. Il pensiero va subito ad un Tonino di Roma, cugino di mia moglie e unico che conosca. Rispondo: ‘Tonino chi?’. La voce replica: ‘Sono Tonino Guerra, di Santarcangelo”. Cribbio! È Tonino Guerra che mi cerca.

Mi chiedeva di poter vedere i miei lavori e conoscermi perché la sera prima era stato a cena a casa di un suo amico, dove aveva visto delle mie ceramiche che lo avevano molto impressionato. Gli ho dato appuntamento per il pomeriggio.

Tonino è arrivato all’appuntamento puntuale, su una Fiat Uno, accompagnato dal fratello Dino che lo ha aspettato in macchina per tutta la durata della visita. L’imbarazzo e la timidezza che mi avevano preso in un primo momento scomparvero ben presto. Il suo modo di osservare i miei lavori era come quello di un bambino che entra in un mondo diverso, e subito si trova a suo agio e gli piace. Gli occhi gli luccicavano sopra un bel sorriso accarezzato da duri baffetti. “Questo?” mi chiedeva, indicando. “E questo? Questo quando lo hai fatto?”. “Questa mi sembra un onda, mi piace quell’azzurro. Quante ne hai di queste onde?”. “Un mare”, ho risposto.

“Bellessum”, ha esclamato lui. “Posso fare una telefonata a Bologna?”. “Certo”, gli ho replicato. “Pronto. Pagani, sono qui a Rimini nello studio di un ceramista, sì, di un artista, si chiama Giovanni Urbinati. Sì, posso pensare ad una mostra. Quando sei libero tu? Fra tre giorni, passi a prendermi a Santarcangelo, andiamo a prendere Rita e torniamo qui da lui.”
Poi, notando l’esiguo numero di sedie nel mio studio, mi ha detto di rimediarne altre per poter discutere comodi. Perché “lo studio di un artista deve avere abbastanza sedie”, ha detto congedandosi con un sorriso divertito e gli occhi spalancati e dolci. Quel giorno è nata una collaborazione che è durata cinque o sei anni ed una amicizia che non si è mai spenta.
Da quell’incontro è nata la mostra “la cattedrale dove va a dormire il mare”, esposta a Budrio di Bologna nel mese di dicembre. Era andata molto bene, sia io che Tonino eravamo molto soddisfatti, ma lui in modo particolare, tanto che dopo qualche tempo mi ha richiamato per parlarmi di un suo progetto a Bascio alta, sotto la torre. “Devi sapere”, diceva “che c’è un posto verso la Toscana, si chiama Castello di Bascio, lì c’è una torre sopra ad una collinetta dove è sepolto un castello. Mi piacerebbe mettervi sette tappeti, ho già scritto delle cose al riguardo. Potresti usarne un paio di quelli di Budrio, per gli altri pensaci su, solo vorrei che ne facessi uno tratto da un mio disegno, un’anatra dal collo  azzurro da dedicare ad una certa Fanina. Ti aspetto a Pennabilli, così ti faccio avere gli scritti e ne parliamo. Ti abbraccio”.

Poche ore dopo questa telefonata ho raggiunto Tonino a Pennabilli. Con lui, ad aspettarmi, c’erano anche Rita e Gianni che ci ha accompagnati a Bascio con una vecchia diesel piena di fumo che usciva da tutte le parti. Tonino aveva ragione: il castello di Bascio era davvero un posto magico e coinvolgente. E così, mentre Gianni discuteva con Tonino, Rita ed io studiavamo i posti più adatti per posizionare le opere.

Questo è stato l’inizio della seconda avventura con Tonino. Tornato nel mio studio mi sono  messo a lavorare a tutto sprone, e lui chiamava tutti i giorni per sapere come stavano andando i lavori. Quando mi sentiva di umore non tanto buono mi rallegrava con una storia divertente o una barzelletta o mi raccontava della sua vita: insomma mi era molto vicino anche se non presente.

Il primo mese di lavoro l’ho impiegato nella creazione delle opere, in laboratorio, mentre il secondo sotto la torre nella installazione dei tappeti.
Proprio in questo ultimo periodo l’esperienza vissuta con Liseo, Galli, Graziano, la Giuseppina e Maria Grazia è stata bellissima e irripetibile.

Ora, dieci anni dopo, sono tornato per rifare quello che le intemperie e i vandali avevano distrutto.
Non che avessi abbandonato i miei lavori, infatti ogni anno risalivo il terrapieno ed aggiustavo le opere rovinate, ma negli ultimi tre o quattro anni avevo abbandonato tutto, avvilito e scorato da un ostinato vandalismo e dall’indifferenza.  Finché nel 1999 un gruppo di amici del comitato “Vedere Voci” di Rimini, coordinati da Gianni Valentini, ha deciso di sponsorizzare l’impresa di risistemazione dei tappeti distrutti. Sono ritornato sotto la torre, e dopo aver cambiato la posizione di due tappeti per evitare stagnazioni d’acqua e sostituito le opere rovinate, nell’agosto 2000 ho portato a termine i lavori.

Gio Urbinati



 
 
 
 
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