Delikatessen scritti - Gio Urbinati

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Si potrebbe chiamare “Le golose” questa mostra “pasticcera” di Giovanni Urbinati, come la poesia deliziosa di Gozzano che ha questo titolo e che comincia con una dichiarazione d'intenti:

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

E il poeta le descrive goloso a sua volta, mentre divora con gli occhi paste
e signore:

L'una, pur mentre inghiotte
già pensa al dopo, al poi
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte…
Un'altra con bell'arte
sugge la parte estrema
invano! che la crema
esce dall'altra parte!

Per concludere infine con l'aspirazione impossibile di baciare tutte quelle bocche sporche di crema e cioccolato.
C'è da credere che Gio si stesse dedicando allo stesso esercizio di sguardi, quando a colazione nella sua pasticceria preferita, ha avuto l'idea di “cucinare” dei dolci in terracotta e di riempirne la vetrina-frigo, che languiva in attesa della bella stagione.
C'è tutta una tradizione nipponica dei dessert finti da tenere in esposizione per far abboccare i passanti e in grado di mantenere nel tempo la loro fragranza visiva, ma il desiderio del ceramista era quello malizioso di uno scherzo di verosimiglianza, che facesse attivare la voglia del cliente e chiamare al tavolo la sua indigesta terracotta. Un po' come nelle favole della Grecia antica, con Apelle che dipingeva sulla superficie del quadro una mosca tanto realistica da innescare nello spettatore l'impulso di scacciarla. Lo scherzo divertito è poi accentuato dai particolari virtuosistici, della falsa cioccolata liquefatta nel mare di panna, della glassa invetriata sulle fragole, dell'impronta del polpastrello sullo zucchero a velo di un bombolone, che spezza l'armonia della presentazione, rivelando il tocco maldestro della commessa.
L'intenzione di Urbinati infatti, era quella di creare dei dolci casalinghi, lontani dalla perfezione dell'alta pasticceria, ma al contrario capaci di rivelare l'errore nella crema squagliata, nella forma imperfetta e nell'imperizia casareccia che volentieri lecca col dito la farcitura colante.
Tutto questo realizzato in un solo fuoco, senza ritocchi e secondi passaggi di guarnizione, ma con la sapienza di un ricettario ceramico guadagnato in anni di pratica e di tentativi, che gli fa scegliere a colpo sicuro le argille di diversa consistenza e colore, e gli fa mimare i gesti dei cuochi come quello di tagliarle in finte scaglie di cioccolata e lasciarle cadere in
un impasto più morbido.
Che la consistenza soffice e spumosa della panna montata e delle creme sia riprodotta in maniera verosimile dal freddo smalto della ceramica, è davvero un cimento ardito ed è la scommessa vinta dall'artista, che ha sempre voluto mescolare l'ironia, al processo alchemico delle sue infor-nate. Un sottile omaggio è poi indirizzato alle torte dipinte di Wayne Thiebaud, l'artista americano, vero anticipatore della pop art, che le trasporta intatte dalle vetrine alle tele, nei colori a pastello delle loro glasse e fondenti, con una malcelata sublimazione del desiderio di mangiarle.
Si potrebbero anche rievocare le torte di gesso dei fotografi degli anni sessanta, che comparivano in bella vista nelle cartoline di “Buon Complenno”, ma la loro consistenza rigida e geometrica risulta piuttosto indigesta ed è tutt'altra cosa dalla mimesis golosa di Urbinati che mira piuttosto a far venire l'acquolina in bocca.
Possiamo scommettere che chi andrà a vedere questa sua nuova installazione dolciaria, pur consapevole dell'inganno sarà tentato di toccare la “merce” con mano, per essere sicuro del miraggio e magari appena uscito, con le pupille e le papille inebriate correrà ad infilarsi in una pasticceria … I golosi sono avvisati.

Sabrina Foschini

 
 
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